05 Agosto 2021
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Scorrendo la pagina, sono riportati per la consultazione i testi "L'ALTARE CATTOLICO" di Mons. Klaus Gamber e "LATINO LITURGICO"





L´ALTARE CATTOLICO

di Mons. Klaus Gamber

"Poi venne un altro angelo e si fermò all´altare, reggendo un incensiere d´oro. Gli furono da-ti molti profumi perché li offrisse insieme con le preghiere di tutti i santi bruciandoli sull´altare d´oro, posto davanti al trono" (Apocalisse 8, 3).

Secondo la concezione dell´epistola agli Ebrei, il tempio terreno di Gerusalemme e il suo al-tare erano l´immagine del santuario che è in cielo ed in cui il Cristo, eterno sacerdote, è en-trato (9, 24). La liturgia celeste e la liturgia terrestre sono una cosa sola. Così, secondo il passo dell´Apocalisse citato in epigrafe, un angelo è fermo davanti all´altare d´oro del cielo, con un incensiere d´oro in mano, allo scopo di offrire le preghiere dei fedeli al cospetto di Dio. Anche la nostra offerta terrena non diventa totalmente valida davanti a Dio se non è "condotta dalla mano di un angelo sull´altare celeste", come è detto nel canone della messa romana.

La concezione secondo la quale l´altare di quaggiù è un immagine dell´archetipo celeste che si trova davanti al trono di Dio, ha sempre determinato sia la sistemazione dell´altare, sia la posizione del sacerdote nei confronti di esso: e noi abbiamo visto che l´angelo che regge l´incensiere d´oro è fermo davanti all´altare. D´altra parte, le prescrizioni che Dio ha dato a Mosè (cfr. Esodo 30, 1-8) hanno certamente svolto un ruolo anch´esse.

Queste osservazioni preliminari erano necessarie per far comprendere a che punto siano cambiate le concezioni attuali circa l´altare. Questo cambiamento non è stato effettuato brutalmente, ma poco la volta; si è cominciato diversi anni fa, prima del Concilio Vaticano II.

Nella Richtlinien für die Gestaltung des Gotteshauses aus dem Geist der römischen Liturgie (Istruzioni per la sistemazione delle chiese nello spirito della liturgia romana), del 1949, Theodor Klauser sostiene che: "Certi segni fanno intravedere che, nella Chiesa futura, il pre-te si terrà come un tempo dietro l´altare e celebrerà col viso volto verso il popolo, come si fa ancora oggi in certe basiliche romane; l´augurio, che si solleva dappertutto, di veder più chiaramente espressa la comunione al tavolo eucaristico, sembra esigere questa soluzione" (n° 8).

Ciò che Klauser presentava allora come augurabile, come si sa, nel frattempo è divenuto quasi dappertutto la norma. Si pensa di aver fatto rivivere così un uso della cristianità delle origini. Ora, come dimostreranno chiaramente le spiegazioni che seguono, si può provare con certezza che non si è mai avuta, né nella Chiesa d´Oriente né in quella d´Occidente, al-cuna celebrazione versus populum (verso il popolo), ma che, al contrario, per pregare tutti si volgevano sempre ad Oriente, ad Dominum (verso il Signore).

L´idea di un "faccia a faccia" tra il sacerdote e l´assemblea, nel corso della messa, risale piut-tosto a Martin Lutero, il quale, nel suo piccolo libro Deutsche Messe und Ordnung des Got-tesdienstes (La messa tedesca e l´ordinazione del culto divino), del 1526, all´inizio del capi-tolo Della domenica per i laici, così scrive: "Noi conserveremo gli ornamenti sacerdotali, l´altare, le luci fino all´esaurimento o fino a quando non riterremo di cambiarle. Lasceremo, tuttavia, che altri possano fare diversamente; ma nella vera messa, fra veri cristiani, occor-rerebbe che l´altare non restasse com´è adesso e che il prete si volgesse sempre verso il po-polo, come senza alcun dubbio Cristo ha fatto al momento della Cena. Ma questo può at-tendere." Ed ecco che il momento atteso è arrivato...

Per giustificare il cambiamento di posizione del celebrante in rapporto all´altare, il Riforma-tore si riferiva al comportamento di Cristo all´Ultima Cena. In effetti egli aveva davanti agli occhi le abituali raffigurazioni dei suoi tempi: Gesù in piedi o seduto a metà di una gran ta-vola, con gli Apostoli alla sua destra ed alla sua sinistra.

Ma Gesù, ha effettivamente occupato tale posto?

Certamente non avvenne così, poiché sarebbe stato contrario agli usi domestici dell´epoca. Al tempo di Gesù, e ancora secoli dopo, si utilizzava sia una tavola rotonda sia una tavola a forma di sigma (a semicerchio). Il davanti di essa veniva lasciato libero, per permettere il servizio. I convitati erano seduti o allungati dietro il semicerchio. Per far ciò utilizzavano dei divani o un banco, anch´esso a forma di sigma. Il posto d´onore non si trovava, come si po-trebbe credere, in mezzo, ma a destra (in cornu dextro). Il secondo posto d´onore stava di fronte al primo. Questa disposizione dei posti la ritroviamo, in maniera costante, nelle raffi-gurazioni più antiche della Cena di Gesù, fino a metà del Medio Evo. Il Signore è sempre al-lungato o seduto dalla parte destra della tavola (fig. 4). È solo verso il XIII sec. che si inco-mincia ad imporre un nuovo tipo di raffigurazione: ed allora Gesù è posto dietro la tavola, in mezzo agli Apostoli che lo circondano. È questa l´immagine che Lutero aveva davanti agli occhi. In effetti, essa ha l´apparenza di una celebrazione versus populum. Tuttavia, in realtà non si tratta di niente di simile, poiché il "popolo" verso cui il Signore avrebbe dovuto vol-gersi, si sa che era assente nella sala della Cena. Cosa questa, che toglie ogni valore all´argomentazione di Lutero. D´altronde, per quanto ne sappiamo, anch´egli non ha mai preteso che si celebrasse volti verso l´assemblea, come in seguito hanno preso l´abitudine di fare i Riformati, soli fra le comunità protestanti.

Prima domanda: È possibile. Ma qual era la situazione nella Chiesa delle origini? I fedeli, non erano dunque seduti con il presidente alla "tavola del Signore"?

Qui è opportuno distinguere tra celebrazione dell´àgape - il pasto fraterno - e celebrazione dell´eucaristia, che all´inizio seguiva l´àgape e più tardi la precedette. Io ho già trattato a fondo la questione nel mio studio: Beracha. Nei primi secoli, quando il numero dei membri della comunità era ancora ristretto, si era conservata la stessa disposizione dei posti, a fede-le imitazione dell´Ultima Cena, tanto più che essa corrispondeva agli usi dell´epoca. Diverse chiese domestiche della Chiesa delle origini, di cui si sono ritrovate le fondamenta nelle re-gioni alpine, lo provano chiaramente. Al centro di un locale relativamente piccolo (circa 5 metri per 12,5), si trova un banco in pietra semicircolare, capiente da quindici a venti posti (9). Nelle città, ove il numero dei fedeli era più elevato, si era obbligati ad aggiungere delle tavole supplementari. Il vescovo e i presbiteri stavano seduti ad una di queste, i fedeli nelle altre, le donne separate dagli uomini. Nell´epistola ai Gàlati (2, 11-12), l´apostolo Paolo rim-provera all´apostolo Pietro di aver preso cibo con i giudei convertiti, evitando i pagani con-vertiti. Ora, mentre per i pasti in comune, le àgapi, si stava seduti a delle tavole, per la cele-brazione dell´eucaristia ci si alzava e ci si andava a porre dietro il celebrante, che stava all´altare, come prescrive espressamente la Didascalia degli Apostoli, una istruzione del II-III sec., che esigeva che ci si volgesse esattamente verso Oriente (10).Con gli sviluppi successivi, una volta soppressi i pasti fraterni (verso il IV sec.), le tavole sparirono. I fedeli ormai sta-vano seduti su dei banchi disposti lungo i muri della chiesa. La tavola d´altare, già in legno, divenne un altare in pietra.

Seconda domanda: Come ci si può opporre agli altari moderni, rivolti verso il popolo, quan-do essi sono stati prescritti dal Concilio e praticamente sono stati introdotti nel mondo inte-ro?

Nella Costituzione conciliare sulla sacra liturgia, promulgata dal Concilio Vaticano II, si cer-cherà invano una prescrizione che imponga di celebrare la santa messa volti verso il popolo. Ancora nel 1947, papa Pio XII, nella su enciclica Mediator Dei (n° 49), sottolineava come si sbagliassero coloro che volessero ridare all´altare la sua antica forma di mensa (tavola). Fino al Concilio la celebrazione verso il popolo non era autorizzata *, tuttavia essa era tacitamen-te tollerata da numerosi vescovi, soprattutto per le messe dei giovani. Da noi, in Germania, la nuova posizione del sacerdote fece la sua apparizione con la Jugendbewegung (movimen-to della giovinezza), negli anni venti, allorché si incominciò a celebrare l´eucaristia per dei piccoli gruppi; a questo proposito, Romano Guardini aveva svolto il ruolo di precursore, con le sue messe al castello di Rothenfels. Il movimento liturgico diffuse quest´uso, soprattutto Pius Parsch, che sistemò in questo senso, per la sua "parrocchia liturgica", una piccola chie-sa romana (Santa Gertrude) a Klosterneuburg, vicino Vienna. Infine, questi sforzi vennero approvati dall´istruzione della Congregazione dei Riti Inter œcumenici, del 1964, che ha ispi-rato in seguito il nuovo messale. Per le nuove costruzioni è qui prescritto che "È bene co-struire l´altar maggiore separato dal muro, perché si possa facilmente girarvi attorno e vi si possa celebrare verso il popolo; esso sarà posto nell´edificio sacro in modo da essere vera-mente il centro verso il quale si volge spontaneamente l´attenzione dell´assemblea dei fede-li" (n° 91). Sfortunatamente, è esatto che i nuovi altari verso il popolo siano stati installati dovunque nel mondo - almeno per quanto riguarda l´area di diffusione della Chiesa cattoli-ca. Ma, a rigore, essi non sono prescritti. Nelle chiese ortodosse d´Oriente - ove, dopo tutto, vi sono alcune centinaia di milioni di cristiani - si continua a rispettare l´uso della Chiesa delle origini, secondo cui il sacerdote che celebra il Santo Sacrificio è girato, insieme con i fedeli, verso l´àbside. Questo vale sia per le Chiese di rito bizantino (greca, russa, bulgara, serba, ecc.) sia per le Chiese dette di rito orientale antico (armena, siriana, copta). Che l´altare debba essere scostato dal muro "perché si possa facilmente girarvi attorno", è un´altra questione. Questa esigenza della Congregazione dei Riti si accorda perfettamente con la tradizione ** . Per più di dieci secoli, come fino ad oggi nelle chiese ortodosse d´Oriente, l´altare è rimasto privo di sovrastrutture. Un cambiamento si produsse all´epoca gotica, con l´apparizione delle pale. Queste svolgevano in parte il ruolo dei dipinti dell´àbside e dei muri, raffigurando le diverse tappe della salvezza: dall´Annunciazione all´Ascensione del Signore. Mentre nelle piccole chiese gli altari erano spesso addossati al muro dell´àbside, nelle grandi chiese, come abbiamo visto, erano posti, fino all´epoca gotica, in mezzo al santuario. Ed allora era possibile girarvi intorno al momento dell´incensamento, com´è detto nel salmo 25: "...giro intorno al tuo altare, Signore, per far risuonare voci di lode e per narrare tutte le tue meraviglie". Per sottolineare la santità dell´altare, questo - almeno nelle grandi chiese - era generalmente sormontato da un baldacchino in materiale prezioso, poggiante su quattro colonne. Ai quattro lati erano fissate delle cortine; certo in riferimento alla tenda del Tempio di Gerusalemme, che separava il Santo dei Santi (Sancta Sanctorum) dal santuario, come Dio aveva prescritto a Mosè: "Farai il velo di porpora viola, di porpora rossa, di scarlatto... Lo appenderai a quattro colonne di acacia, rivestite d´oro... Collocherai il velo sotto le fibbie e là, nell´interno oltre il velo, introdurrai l´arca della Testimonianza. Il velo sarà per voi la separazione tra il Santo e il Santo dei santi" (Esodo 26, 31-33). Come abbiamo già detto, nel rito bizantino è l´iconostàsi che attua la separazione, ma, secondo la concezione ortodossa, essa rappresenta anche, insieme alle icone, l´Ecclesia cœlestis (la Chiesa del Cielo) che celebra di concerto con i fedeli, tanto che essa dev´essere considerata, da quelli che partecipano alla celebrazione, non solo come una separazione, ma anche come un oggetto di contemplazione. In altri riti orientali non bizantini, l´iconostàsi manca; al suo posto vi sono, come presso gli Armeni, due tende: una piccola davanti all´altare e una grande che, in certi momenti della liturgia della messa, nasconde tutto il coro agli occhi dei fedeli. E a questo proposito san Giovanni Crisostomo dice: "Quando vedi chiudere le tende, pensa che in quel momento il cielo si apre lassù in alto e ne discendono gli angeli" (11). Secondo la testimonianza di Guillaume Durand, queste tende furono anche usate in Occidente, fino a metà del Medio Evo. Egli parla di tre vela: uno che ricopre le offerte del sacrificio, il secondo intorno all´altare e il terzo sospeso davanti al coro (12). Mentre la Chiesa delle origini dissimulava l´altare come poteva, ornandolo con tessuti preziosi e con pendoni, ecco che oggigiorno questo stesso altare si trova posto, nudo, in mezzo alla chiesa, esposto a tutti gli sguardi. La sua santità, in quanto luogo delle offerte del sacrificio, si ritrova così meglio evidenziata? Certamente no. A meno che non si voglia prendere in considerazione - contro tutte le tradizioni - la sua funzione di tavola da pasto e la si voglia rendere manifesta in tal modo. Allora, certamente, non mi resta che inchinarmi... Ma, in questo caso, non si tratta più di rendere presente quaggiù il mondo di lassù: si tratta solo dell´uomo e del suo universo. L´universo di Dio, degli angeli, dei santi, diventa marginale: ci sfiora appena. Forse, malgrado tutto, ci si interesserà ancora a un uomo chiamato Gesù e a qualche passo accuratamente selezionato del suo Vangelo!

Terza domanda: Tuttavia, non vi era già nel Medio Evo un altare destinato al popolo, per di più un altar maggiore, come lo abbiamo oggi?

Ciò è esatto nella misura in cui, nelle chiese cattedrali e nei monasteri, vi era in genere, da dopo la fine dell´epoca romana, un altare destinato al popolo, posto davanti al jubé; quest´ultimo era una specie di chiusura del coro, un po´ più alta di quella delle chiese anti-che, con due entrate che davano sul coro dei canonici o dei monaci, i quali, in tal modo, si trovavano separati dal resto della chiesa. A causa della croce posta al di sopra di quest´altare, o più esattamente sul jubé, l´altare stesso veniva chiamato "altare della croce". È su questo altare che, in queste chiese, si celebrava la messa per il "popolo" ***, come ogni altra messa destinata ad avere numerosi assistenti: la messa solenne per i funerali, quella per l´incoronazione di un sovrano (fig. 5). Per di più si predicava dall´alto del jubé e solo le messe conventuali (solenni) venivano celebrate all´altar maggiore, nel coro. Dunque, in primo luogo la funzione del jubé non era di elevare una barriera fra il clero e il popolo - e per questo non può essere paragonato all´iconostàsi bizantina - piuttosto esso era destinato a creare, per i canonici e per i monaci, uno spazio apposito, ove si potessero svolgere le funzioni liturgiche del coro (liturgia delle ore, messa conventuale) senza essere disturbati. Per delle ragioni sia liturgiche che architettoniche è stato del tutto irragionevole far sparire il jubé e l´altare della croce, come è accaduto quasi dappertutto in Germania all´epoca dei Lumi, su ordine delle autorità secolari (13). Come allora si procedette a delle importanti modifiche architettoniche all´interno delle chiese - per far sì che i fedeli potessero guardare direttamente l´altar maggiore - così oggi, in seguito al Concilio, quasi tutte le chiese antiche sono state ritoccate con dei lavori di "aggiornamento". Chi giri adesso il mondo e visiti le chiese, scopre, per la sistemazione del santuario, le soluzioni più singolari. Soprattutto in I-talia, dove è stato possibile, gli altari barocchi sono stati privati della loro tavola d´altare che è stata rimpiazzata dai seggi del celebrante e dei suoi assistenti. Si può pensare che sia la meno felice delle soluzioni, visto che la pala perde così la sua antica funzione di riferimento al sacrificio eucaristico per vedersi "degradata" a semplice schienale dei preti. Se non fosse che, nella maggior parte dei casi, l´antico altar maggiore, col suo tabernacolo, serve solo a conservare la santa comunione, così che occorre rassegnarsi al fatto che il sacerdote, in piedi davanti all´altare verso il popolo, gira costantemente le spalle al tabernacolo, lo stesso su cui fino a ieri si fissavano gli occhi dei fedeli in preghiera. Quando occorre, è la corale parrocchiale che si installa sui gradini dell´altar maggiore, con i cantori che volgono anch´essi le spalle al tabernacolo e si servono della tavola d´altare per poggiarvi i loro diversi accessori. Allorché le considerazioni artistiche lo hanno permesso, l´altar maggiore è stato totalmente soppresso, e l´eucaristia viene conservata in un tabernacolo murale laterale; ed allora sorge subito il problema di come occupare lo spazio così liberato dell´àbside. Le solu-zioni adottate sono le più diverse. Spesso vi si è installato l´organo, con la sua cassa decora-tiva, oppure, per la maggior parte del tempo, la corale parrocchiale, oppure si è semplice-mente appeso al muro dell´àbside l´antica pala d´altare o un pendone di valore, come fosse-ro degli ornamenti. In definitiva, ognuna di queste soluzioni non è soddisfacente, poiché, in-stallando un nuovo altare, per di più dall´apparenza molto modesta, si è fatto sparire il cen-tro di gravità spaziale costituito dall´altar maggiore, così come era stato concepito dall´architetto che aveva costruito la chiesa. Senza alcun dubbio, A. Lorenzer ha ragione al-lorché scrive: "Il significato dell´altare, a questo punto, fa parte integrante della chiesa... che lo spostamento di questo "centro di gravità spaziale" dovrebbe indurre ad elaborare un pi-ano interamente nuovo" (14). La cosa assume un´evidenza impressionante nelle grandi chiese, come per esempio nella cattedrale di Spira, ove lo sguardo di coloro che vi entrano si posa subito sull´antico altar maggiore sormontato dal suo baldacchino. Oggi quest´altare sembra fluttuare nel vuoto: la tavola d´altare installata nel coro, malgrado le sue dimensioni, si nota appena in questo spazio tutto volto in altezza, mentre l´altare verso il popolo, alcuni gradini più in basso, non costituisce affatto un "centro di gravità spaziale".

Quarta domanda: Nell´Handbuch der Liturgie für Kanzel, Schule und Haus (Manuale di litur-gia per la cattedra, la scuola e la casa), del P. Alfons Neugart (1926), si legge: "Nella basilica della Chiesa delle origini, l´altare era posto in mezzo all´àbside del coro e il prete celebrante si metteva dietro di esso, rivolto verso il popolo. Sull´altare non vi erano né croce né luci. I seggi del vescovo e degli ecclesiastici erano disposti tutt´intorno, lungo il muro. È solo più tardi che l´altare venne posto contro il muro, come oggi". È esatto?

La cosa esatta è che nei primi secoli, i seggi dei vescovi e dei sacerdoti erano posti lungo il muro dell´àbside e non ai lati dell´altare; in ambito greco essi erano spesso nettamente rial-zati su diversi scalini, di modo che il vescovo, assiso sul trono, potesse esser visto da tutti e meglio ascoltato al momento del suo sermone, che un tempo pronunciava dal suo seggio. Il seggio centrale era sempre riservato al vescovo, come accade ancora oggi in Oriente. È an-che esatto che a quel tempo sull´altare non vi fosse né croce, né luci, né leggio per il messa-le, ma solo il calice e la patena con le offerte; lo si può constatare nelle raffigurazioni me-dievali della messa; e se fino ad un´epoca recente si usava decorare con dei fiori il pavimen-to della chiesa, l´altare non veniva mai decorato. Ecco perché in genere gli altari erano pic-coli, con una tavola che raramente raggiungeva un metro quadrato. Nel chiostro della cat-tedrale di Ratisbona vi è, per esempio, un piccolo altare massiccio in pietra, che risale ad un´epoca molto antica, mentre vi si trova anche, nella "cattedrale antica", un grandissimo altare di due metri e dieci per un metro e quaranta, che risale probabilmente al V secolo e che rappresenta una "confessione", vale a dire che faceva parte della tomba di un martire. Ecco spiegata la sua taglia (15)! La limitata superficie della maggior parte degli altari lasciava posto solo per le offerte del pane e del vino: questa particolarità sottolineava significativa-mente il carattere sacrificale della messa, come accadeva per i sacrifici dei Giudei e dei pa-gani, per i quali solo le offerte propriamente dette trovavano posto sull´altare. Gli altari di grande dimensione erano rari nei tempi antichi, eppure, al pari degli altri che abbiamo cita-to, anch´essi erano riccamente ornati di stoffe preziose che cadevano dai quattro lati fino a terra, di modo che le tavole che ricoprivano non si presentavano come tali. Più tardi, in mol-ti posti, si dispose sul lato anteriore degli altari un pendone di stoffa, di legno e di metallo riccamente ornato. Così che non si può affermare che il carattere di pasto della messa sia stato sottolineato dagli altari a forma di tavola. Parleremo dopo più a fondo della posizione del sacerdote all´altare ai tempi della Chiesa delle origini. Qui ricordiamo solo quanto scri-veva sulla rivista Der Seelsorger, nel 1967, quindi poco dopo il Concilio, il P. Josef A. Jun-gmann, autore di un lavoro celebre, Missarum sollemnia: "L´affermazione spesso ripetuta che l´altare della Chiesa delle origini supponesse sempre che il prete fosse rivolto verso il popolo, si rivela essere una leggenda". Inoltre, Jungmann mette in guardia contro il pericolo che, auspicando l´adozione dell´altare verso il popolo, "se ne faccia un´esigenza assoluta e, alla fine, una moda alla quale ci si sottometta senza riflettere". Secondo lui, la ragione prin-cipale di questa raccomandazione di celebrare rivolti verso il popolo è la seguente: "Vi è qui, innanzi tutto, l´accento esclusivo che oggigiorno si ama tanto mettere sul carattere di pasto dell´eucaristia". Da parte sua, il cardinale Joseph Ratzinger ha sempre più messo in guardia, in questi ultimi anni, contro il rischio di considerare la liturgia sotto il solo aspetto di "pasto fraterno" (16).

Quinta domanda: Il papa non celebra da tempo immemorabile rivolto verso il popolo, e non v´è in San Pietro, a Roma, un altare isolato su un podio, come nella maggior parte delle chiese moderne?

Sembrerebbe esatto che l´idea di un altare centrale isolato su un podio sia, in qualche modo, già prefigurata nella chiesa barocca di San Pietro (certo non nella chiesa costantiniana che l´ha preceduta): l´altare papale, leggermente sopraelevato, si trova isolato nel mezzo della chiesa, proprio al di sotto della cupola centrale, posta esattamente sopra la confessione con la tomba del Principe degli Apostoli; esso è facilmente visibile da ogni parte, sia dalla navata sia dai due bracci del transetto. Chi una volta partecipava alle messe papali notava che il papa non era posto, come nel resto della cristianità, davanti all´altare, bensì dietro. Alcuni liturgisti ne deducevano, avventatamente, che in tal modo si fosse conservata la posizione "verso il popolo", posizione risalente alla Chiesa delle origini. In realtà si tratta, come abbiamo visto, dell´orientamento nella preghiera: la chiesa di San Pietro, a differenza delle chiese antiche, non ha l´àbside ad Est, bensì ad Ovest. Tuttavia, come dimostrano le foto scattate prima dell´elevazione al Soglio di Paolo VI, che intraprese la trasformazione dell´altare papale, i fedeli presenti potevano appena intravedere il papa, a causa dell´enorme dimensione dei candelieri e della croce, posti sull´altare. Non è dunque possibi-le, a stretto rigore, parlare di celebrazione versus populum. Non si trattava di un privilegio papale, come talvolta è stato affermato. Infatti vi sono a Roma delle altre chiese il cui àbside è posto ad Occidente e non ad Oriente e in cui il celebrante è ugualmente posto dietro l´altare. Nelle chiese moderne, costruite dopo il Concilio, si trova spesso, come a San Pietro, un altare isolato su un podio, ma ad esso manca il coronamento del primo: il baldacchino. Siccome si tratta di un podio isolato in mezzo alla chiesa, e dunque sprovvisto di ogni orien-tamento - e circondato dalle fila di sedie dei fedeli - è difficile trovare un posto adeguato per la croce dell´altare, di cui abbiamo esposto prima la funzione di punto di riferimento, croce che tuttavia continua ad essere richiesta dalle nuove regole liturgiche. Nell´Institutio generalis del nuovo messale, si prescrive: "Del pari, sull´altare o in prossimità di esso, vi sarà una croce, ben visibile dall´assemblea" (n° 270). Era questo il caso dell´"altare della croce" medievale ****, ma non lo è più adesso quando si verifica che, per soddisfare in una manie-ra o in un´altra questa prescrizione, si finisce con l´usare una piccola croce o a fianco dell´altare o poggiata su di esso.

Sesta domanda: Andava dunque bene che il sacerdote pregasse, come accaduto finora, in direzione del muro? Molto meglio vederlo girato verso l´assemblea!

Allorché si pone davanti all´altare, il sacerdote non prega in direzione di un muro, ma, in-sieme a tutti coloro che sono presenti, prega in direzione del Signore. Tanto più che fino ad adesso la cosa che più importava non era tanto di realizzare una qualche comunione, bensì di rendere il culto a Dio, tramite la mediazione del sacerdote, che rappresentava i parteci-panti ed era unito ad essi. Parlando della direzione della preghiera, sant´Agostino, vescovo di Ippona, scrive: "Quando ci alziamo per pregare, ci volgiamo verso l´Oriente (ad orientem convertimur), da dove si alza il cielo. Non perché Dio si troverebbe solo lì, non perché Egli avrebbe abbandonato le altre regioni della terra... ma perché lo spirito sia esortato a volger-si verso una natura superiore, e cioè verso Dio" (17). Questo spiega perché dopo il sermone, i fedeli si alzavano per la preghiera e si volgevano verso Oriente. Sant´Agostino li invitava spesso a farlo alla fine dei suoi sermoni, impiegando a mo´ di formula consacrata le seguenti parole: "Conversi ad Dominum... (Rivolti al Signore). Possiamo ricordare qui le parole di san Paolo. Conscio che "finché abitiamo nel corpo siamo in esilio lontano dal Signore, camminiamo nella fede e non ancora in visione" egli preferisce essere "in esilio dal corpo ed abitare presso il Signore" (ad Dominum) (2 Corinti 5, 6-8). Così, volgersi verso il Signore e guardare ad Oriente era, per la Chiesa delle origini, una sola e medesima cosa. Nella sua opera fondamentale, Sol salutis (1920), Joseph Dölger si dice convinto che la risposta del popolo: "Habemus ad Dominum" (Sono rivolti al Signore), al richiamo del sacerdote: "Sursum corda" (In alto i nostri cuori!), significasse anche che ci si volgeva verso Oriente, verso il Signore (p. 256). A questo proposito, Dölger fa osservare che certe liturgie orientali prevedono espressamente questo invito, con un appello espresso dal diacono prima della preghiera eucaristica (anaphora) (p. 251). È il caso dell´anàfora copta di san Basilio, che comincia: "Accostatevi, voi uomini, mantenetevi rispettosi e guardate ad Oriente!", ed anche dell´anàfora di san Marco, in cui lo stesso appello (Guardate ad Oriente!) viene espresso nel mezzo della preghiera eucaristica, prima del passaggio che conduce al Sanctus. La breve descrizione liturgica del secondo libro delle Costituzioni apostoliche (un´istruzione del IV secolo), dice anch´essa che ci si alza per pregare e ci si volge verso Oriente (18) . L´ottavo libro ci riporta l´appello corrispondente lanciato dal diacono: "Tenetevi in piedi verso il Signore!" (19). Come si può vedere, anche qui vi è il parallelismo fra il guardare ad Oriente e il volgersi verso il Signore. L´uso della preghiera in direzione del sol levante è da tempo immemorabile, come ha dimostrato anche Dölger; lo si ritrova presso i Giudei e presso i Romani. Vitruvio, nel suo lavoro sull´architettura, scrive: "I templi degli dei devono essere posizionati in modo tale che... l´immagine che è nel tempio guardi verso ponente, affinché coloro che andranno a sacrificare siano rivolti verso Oriente e verso l´immagine, di modo che, nel pregare, guardino sia il tempio sia la parte del cielo che è a levante, mentre le statue sembrano levarsi insieme al sole per guardare coloro che le pregano nei sacrifici" (20). Per Tertulliano (200 ca.) la preghiera verso Oriente è cosa scontata. Nel suo piccolo libro, Apologeticum, egli ricorda che i cristiani "pregano in direzione del sol levante" (cap. 16). Questo orientamento nella preghiera è stato evidenziato molto presto nelle case, con una croce sul muro. Se ne trova una in un locale di un piano superiore di una casa di Ercolano, seppellita dall´eruzione del Vesuvio del 79 (21).

Settima domanda: Ma, se non altro, vi sono degli studi, come quello conosciuto del prof. Otto Nussbaum, nei quali si dimostra scientificamente che fin dai tempi più remoti si sono avute delle celebrazioni verso il popolo, e che queste fossero anche le più antiche.

Nel suo studio di grande respiro, Der Standort des Liturgen am christlichen Altar (Il posto del liturgo all´altare cristiano), apparso nel 1965, Nussbaum scrive: "Quando comparvero gli edifici cultuali propriamente detti, non vi erano delle regole precise che fissavano da che parte dell´altare dovesse mettersi il liturgo. Egli poteva rimanere sia davanti che dietro l´altare" (p. 408). Egli ritiene che la celebrazione versus populum sia stata preferita fino al VI secolo. Tuttavia Nussbaum non distingue a sufficienza tra le chiese con l´àbside ad Est e quelle con l´àbside ad Ovest e la cui entrata era dunque ad Est. Quest´ultimo orientamento è quasi esclusivo delle basiliche del IV secolo, specialmente di quelle fatte erigere dall´imperatore Costantino e da sua madre Elena, come per esempio la chiesa di San Pietro a Roma. Ma, dall´inizio del V secolo, san Paolino da Nola indica come abituale (usitatior) l´àbside ad Est (22). In effetti, le basiliche con l´entrata ad Est si trovano soprattutto a Roma e nell´Africa del Nord, mentre sono relativamente rare in Oriente (a Tiro e ad Antiochia). L´entrata ad Oriente (basiliche costantiniane) imitava la disposizione del Tempio di Gerusa-lemme (cfr. Ezechiele 8, 16), come di altri templi antichi, le cui porte aperte lasciavano en-trare la luce del sol levante, che faceva scintillare all´interno la statua del dio. Nelle basiliche cristiane con l´entrata ad Est, il celebrante era obbligato normalmente a rimanere davanti al lato "posteriore" dell´altare, al fine di essere rivolto ad Oriente al momento dell´offerta del Santo Sacrificio, esattamente come nelle chiese con l´àbside ad Oriente, nelle quali egli ri-maneva "davanti" all´altare (ante altare), quindi con le spalle all´assemblea. Per il fatto che in certe basiliche con l´àbside ad Est vi fosse posto dietro l´altare anche per il celebrante, si è dedotto a volte che quest´ultimo si ponesse da questo lato, volgendosi così verso il popolo; specialmente quando nell´àbside vi era anche un banco per i sacerdoti, con un trono per il vescovo. Ora, si tratta di una conclusione chiaramente errata - adottata peraltro da Nus-sbaum - come si dimostra, in maniera irrefutabile, con l´aiuto degli scavi archeologici (23). Se così non fosse, per quale motivo si sarebbero costruite queste chiese esattamente orien-tate ad Est?

Ottava domanda: Quando il sacerdote si trovava posto "dietro" l´altare, nelle chiese che a-vevano l´àbside ad Occidente, come San Pietro a Roma, non si finiva, malgrado tutto, col ce-lebrare rivolti al popolo?

No! Infatti, durante la preghiera eucaristica (canon missæ), non solo il celebrante, ma anche i fedeli si volgevano ad Oriente. Come ha fatto osservare san Giovanni Crisostomo (24), nei tempi antichi i fedeli stendevano le mani nel corso della preghiera, al pari del sacerdote (cfr. fig. 9, p. 46), e tutti guardavano in direzione delle porte aperte della chiesa, da dove pene-trava la luce del sol levante, simbolo di Cristo resuscitato che ritorna. Al di là della particola-re venerazione per il sol levante che aveva il costruttore di queste basiliche, l´imperatore Costantino, certamente ha avuto la sua influenza questo passo del profeta Ezechiele (43, 1-2): "Mi condusse allora verso la porta che guarda a Oriente, ed ecco che la gloria del Dio di Israele giungeva dalla via orientale...". In tal modo, con le porte della basilica aperte sull´Oriente, ci si aspettava che il Cristo venisse a partecipare alla celebrazione dell´eucaristia, come dopo la sua resurrezione era apparso più volte ai suoi discepoli duran-te il pasto (cfr. Luca 24, 36-49; Giovanni 21; Atti 1, 4). All´origine i fedeli - donne e uomini separati - non stavano nella navata centrale, ma in quelle laterali *****, cosa questa che implicava che, nelle chiese antiche, il numero delle navate laterali potesse arrivare fino a sei (quelle del Laterano e di San Pietro, a Roma, ne hanno solo quattro). In definitiva, questo modo di prender posto nelle navate laterali corrispondeva all´abitudine di fermarsi lungo i muri laterali delle piccole chiese della cristianità delle origini. Tale abitudine è ancora oggi in atto nelle chiese d´Oriente: la navata o lo spazio centrale sotto la cupola rimangono liberi per le funzioni. I fedeli anziani prendono posto su delle sedie (stasidien) lungo i muri della chiesa e nelle navate laterali, gli altri assistono alla messa in piedi. In Oriente, la posizione del corpo più conveniente per la partecipazione liturgica, è quella in piedi, e non l´inginocchiarsi, com´era da noi una volta; tale posizione esige una grande disciplina fisica, soprattutto nel corso di offici che si prolungano. Come si evince da certi scavi e dalle raffigu-razioni che sono state trovate (fig. 6), nelle basiliche costantiniane e nord-africane l´altare era quasi al centro della navata. Esso era attorniato da ogni lato da un recinto e, in genere, era sormontato da un baldacchino ******. Il coro dei cantori (schola cantorum) prendeva posto davanti al celebrante. Nelle chiese di Ravenna, benché fossero tutte orientate, si con-servò per lungo tempo questa disposizione dell´altare e della schola in mezzo alla navata (25): la cosa è attestata fino all´VIII secolo. Lo stesso accadeva nella chiesa costantiniana di San Pietro, a Roma: l´altare non si trovava, come si potrebbe pensare, al di sopra della tom-ba dell´Apostolo, ma quasi al centro della navata centrale. In corrispondenza di dove era sotterrato il Principe degli Apostoli, vi era una "memoria" senza altare, sormontata da un baldacchino a colonne, come si può vedere in una raffigurazione molto antica, quella dello scrigno d´avorio di Pola (fig. 7). La supposizione spesso avanzata che vi fosse già un altar maggiore mobile, là ove i pellegrini entrano ed escono per visitare la tomba dell´Apostolo, non ha avuto alcun riscontro. Poiché, nella basiliche con l´àbside ad Occidente e l´altare in mezzo alla navata centrale, i fedeli si disponevano, come abbiamo visto, lungo le navate la-terali - fra le cui colonne vi erano, peraltro, dei tendaggi che si aprivano durante la messa - di fatto non volgevano le spalle all´altare; cosa che peraltro non avrebbe neanche potuto essere supposta visto il rispetto che si portava alla santità dell´altare; bastava una leggera rotazione del corpo per volgersi, senza difficoltà, in direzione dell´entrata, verso Oriente. Anche nel caso inverosimile che nel corso della preghiera eucaristica i fedeli non guardasse-ro verso l´entrata, ma verso l´altare, resta il fatto che, anche così, non si sarebbe potuto ve-rificare il faccia a faccia tra il celebrante e l´assemblea, poiché, come abbiamo già detto, nei tempi antichi l´altare era nascosto dalle tende. A partire dal Medio Evo, l´altare di queste basiliche venne generalmente trasferito verso l´àbside. Nella chiesa di San Pietro ciò avven-ne, come si sa, nel 600, sotto il papato di Gregorio Magno, il quale apportò anche importan-ti modifiche al coro e fece costruire una cripta circolare che permettesse ai pellegrini di re-carsi liberamente alla tomba dell´Apostolo, senza dover passare per il presbiterio (fig. 8). Col passare degli anni, il popolo si dispose via via nella navata centrale. In una certa epoca (im-possibile da precisare oggi), in queste basiliche costantiniane, gli assistenti smisero di vol-gersi verso Oriente, per rimanere rivolti all´altare; fu allora che si giunse ad una parvenza di celebrazione versus populum.

Nona domanda: Qual era la posizione del sacerdote e dei fedeli, in quelle chiese che aveva-no l´àbside orientato, chiese che costituivano, come si sa, la maggioranza dei santuari anti-chi?

Nelle basiliche a navate multiple e con l´àbside orientato, i partecipanti alla messa si dispo-nevano in piedi lungo le navate laterali e in fondo alla navata centrale. In tal modo forma-vano una sorta di semicerchio aperto verso Oriente; il celebrante si veniva a trovare così nel punto di convergenza di questo semicerchio (al centro del cerchio virtuale). Invece, nelle basiliche che avevano l´àbside ad Occidente, il sacerdote, i chierici ed i cantori si venivano a trovare alla sommità di questo stesso semicerchio. Quando, più tardi, i fedeli finirono con l´occupare l´intera navata centrale, disponendosi in colonna, si venne a creare qualcosa di dinamico, che somigliava alla colonna del popolo di Dio in marcia nel deserto, in direzione della terra promessa: come se la posizione verso Est indicasse anche la meta della colonna: il Paradiso perduto che si cercava ad Est (cfr. Genesi 2, 8). Il celebrante e i suoi assistenti formavano la testa della colonna. La disposizione iniziale, quella che componeva un semi-cerchio, si presentava invece come composta secondo un princìpio statico: l´attesa del Si-gnore che era asceso in cielo verso Oriente (cfr. Salmi 67, 34; Zaccaria 14, 4) e da lì sarebbe ritornato (cfr. Matteo 24, 27; Atti 1, 11); come quando si riceve una personalità eminente, e si arretra, a formare un semicerchio, per accogliere in mezzo l´ospite d´onore. San Giovanni Damasceno scrive: "Al momento della sua Ascensione, egli salì verso Oriente, è così che l´adorarono gli Apostoli, ed è così che ritornerà, allo stesso modo in cui lo videro salire in cielo, come ha detto il Signore stesso: "Come la folgore viene da oriente e brilla fino a occi-dente, così sarà la venuta del Figlio dell´uomo" (Matteo 24, 27). Ecco perché l´attendiamo e l´adoriamo rivolti ad Oriente: è una tradizione non scritta degli Apostoli" (26). Sulla base di questa concezione, a partire dal VI secolo circa, in numerose chiese - come si vede nelle pit-ture dell´epoca a Bawit, in Egitto - si raffigurava l´Ascensione del Signore sotto la volta prin-cipale dell´àbside: in alto il Cristo glorioso condotto da due angeli, al di sotto Maria, che rappresentava la Chiesa, in preghiera con le mani volte al cielo, alla sua destra ed alla sua sinistra gli Apostoli. Questa raffigurazione rappresentava sia la glorificazione di Gesù in cielo sia la sua seconda venuta, secondo le parole rivolte dai due angeli agli Apostoli al momento dell´Ascensione: "Questo Gesù che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l´avete visto andare in cielo" (Atti 1, 11) (27). Più tardi, nei dipinti delle àbsidi in Occidente, il Cristo in trono nella mandorla fu tratto da queste antiche raffi-gurazioni, e, come Majestas Domini circondata dai simboli dei quattro evangelisti, divenne il tipico dipinto delle àbsidi dell´arte romana. Nell´Oriente bizantino il Signore che ascende in cielo venne dipinto sia sotto la volta principale dell´àbside, come Pantocrate, sia sotto la cu-pola che sovrastava l´altare insieme al complesso dell´Ascensione; in quasi tutti i casi, però, la Madre di Dio non vi figurava più perché la sua immagine era riservata alla decorazione dell´àbside (fig. 2). Il posto centrale attribuito a Maria nell´àbside si deve sicuramente ad un passo dell´Apocalisse: "Allora si aprì il santuario di Dio nel cielo e apparve nel santuario l´arca dell´alleanza... Nel cielo apparve poi un segno grandioso: un donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle" (Apocalisse 11, 19; 12, 1). Si noterà qui la relazione tra Maria-Ecclesia e Arca dell´Alleanza, ma anche il fatto che il velo del tempio - e cioè il santuario che questo copriva - si apriva solo in certi momenti ben pre-cisi. Il mistero, il tremendum, esige d´esser velato, e così nasce il desiderio di vederlo rive-larsi; cosa che oggigiorno si dimentica troppo facilmente. L´apostolo Paolo scrive: "Ora ve-diamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia" (I Co-rinti 13, 12). Guardare ad Est non significa solo guardare al Signore trasfigurato in cielo e at-teso alla fine dei tempi, ma esprime anche il desiderio della manifestazione ultima, della ri-velazione della gloria futura.

Decima domanda: Tuttavia, il fatto che nelle più antiche basiliche romane l´altare e l´àbside potessero trovarsi in tutte le direzioni è in contraddizione con l´affermazione che alle origini si sarebbe sempre pregato verso Est e che di conseguenza le chiese fossero "orientate". Come si spiega?

Il fatto è che in questo caso si tratta di chiese edificate su del materiale da costruzione risa-lente all´Antichità, oppure di chiese che le condizioni locali non permettevano che venissero perfettamente orientate. Tuttavia, questo non impediva che il sacerdote ed i fedeli si vol-gessero insieme verso l´Oriente per la preghiera e il sacrificio, come voleva l´uso cristiano abituale. Così, per esempio, la celebre chiesa di San Clemente, a Roma, che è stata edificata su delle antiche fondazioni, ha l´entrata a sud-est: ecco perché il celebrante si dispone dietro l´altare; d´altronde, una celebrazione davanti l´altare non sarebbe assolutamente possibile, data la disposizione dei luoghi. Per guardare verso Oriente, al momento del Santo Sacrificio, al sacerdote basta girare leggermente il corpo; lo stesso dicasi per i fedeli disposti nelle navate laterali (a San Clemente la navata centrale serve per la schola, in essa si trovano anche i due amboni per la lettura dell´epistola, del graduale e del Vangelo). Nel suo libro, Le rite et l´homme, Louis Bouyer scrive: "L´idea che la basilica romana sarebbe la forma ideale della chiesa cristiana, perché permetterebbe una celebrazione in cui il prete e i fedeli si disporrebbero faccia a faccia, è un completo controsenso. È l´ultima delle cose a cui gli anti-chi avrebbero pensato" (p. 241). Ad ogni modo, come abbiamo già visto, il preciso orienta-mento delle chiese, come lo si riscontra a partire dal IV-V secolo, non avrebbe avuto senso se non fosse stato in stretta relazione con l´orientamento nella preghiera. A sostegno dell´opinione secondo la quale l´altare propriamente detto (e la croce che lo sovrasta) sa-rebbe il punto di riferimento verso il quale si volgono i fedeli e che, idealmente, dovrebbero attorniare, si ama citare, a mo´ d´esempio, l´espressione del memento dei vivi, del canone della messa: "... et omnium circumstantium..." (... e di tutti i circostanti...). Occorre precisare che, nel suo significato filologico, il termine circumstantes contenuto in questa espressione designa globalmente "le persone presenti" e non solo "quelli che si trovano in cerchio in-torno a..."; tant´è che, dagli scritti dell´epoca, non si ha notizia di casi di fedeli che si sareb-bero disposti in cerchio attorno all´altare durante la celebrazione della messa. D´altronde, non avrebbero potuto farlo, se non altro perché i laici, come ancora oggi in Oriente, non a-vevano il diritto di penetrare nel santuario. Il rispetto si sviluppa quando è incoraggiato dai comportamenti esteriori e, se è il caso, dalle interdizioni destinate ad evitare le profanazioni. Quando, per esempio, un sagrestano può poggiare sull´altare, senza il minimo scrupolo, una sedia o una scala per sistemare dietro l´altare, in alto, dei candelieri o dei fiori, la santità di questo altare ne resta rozzamente offesa. Cosa inimmaginabile in una chiesa d´Oriente! Di contro, possiamo dire che l´espressione "... et omnium circumstantium..." può far pensare alla buona abitudine che dovrebbero prendere i fedeli durante l´offerta del Santo Sacrificio: in piedi, pieni di rispetto (fig. 9). Ma, ai giorni nostri, queste "persone presenti" si tra-sformano facilmente in "persone sedute" (in modo confortevole) su delle sedie, anche a causa della presenza di queste ultime nelle chiese attuali, le quali invitano a prender posto. Certo, cambiare il modo di vedere moderno in questo campo non sarebbe cosa facile; tut-tavia non si dovrebbe mai dimenticare che la stazione eretta è l´attitudine liturgica per ec-cellenza, che fra l´altro favorisce lo spirito comunitario.

Undicesima domanda: Tutto ciò è molto bello... Ma non bisogna fare i conti con il fatto che l´uomo moderno non è più tanto capace di comprendere che per pregare bisogna volgersi ad Oriente?

Per lui il sol levante non ha più la forza simbolica che aveva per l´uomo dell´Antichità e che ha ancora oggi per i paesi mediterranei, battuti dal sole in maniera più intensa che da noi, "uomini del nord". Ai cristiani odierni è quanto meno la comunione della mensa eucaristica che più importa. Anche se l´uomo moderno non presta più attenzione alla direzione esatta verso cui prega - anche se i musulmani continuano a volgersi verso la Mecca e i giudei verso Gerusalemme - tuttavia non dovrebbe avere difficoltà a comprendere il significato che rive-ste il fatto che il sacerdote e i fedeli preghino insieme nella stessa direzione. Ad ogni modo, l´uso che tutti i presenti siano insieme orientati "verso il Signore" è qualcosa di atemporale e conserva anche oggi tutto il suo significato. A fianco dell´aspetto teologico relativo al faccia a faccia tra il sacerdote ed i fedeli al momento della celebrazione del sacrificio eucaristico, è il caso di richiamare anche i problemi di ordine sociologico, che appartengono anch´essi alla messa in risalto della "comunione della mensa eucaristica". Il prof. W. Siebel, nel suo piccolo libro intitolato Liturgie als Angebot (La liturgia all´asta), pensa che il sacerdote volto verso il popolo può essere considerato come "il più perfetto simbolo del nuovo spirito della liturgia", "La posizione in uso fino a ieri faceva apparire il prete come il capo e il rappresentante della comunità, che parlava a Dio a nome di quest´ultima, come Mosè sul Sinai: la comunità indirizza a Dio un messaggio (preghiera, adorazione, sacrificio), il prete, in quanto capo, trasmette questo messaggio, e Dio lo riceve". Con la nuova pratica, continua Siebel, il sacerdote "non sembra più neanche il rappresentante della comunità, ma piuttosto si presenta come un attore che - almeno nella parte centrale della messa - svolge il ruolo di Dio, un po´ come a Oberammergau o in altre rappresentazioni della Passione". E conclude: "Ma se, in nome di questa nuova svolta, il prete diventa un attore incaricato di interpretare il Cristo sulla scena, ecco che allora, a causa di questa riproposizione teatrale della Cena, Cristo e il prete finiscono con l´identificarsi in una maniera a momenti insopportabile". Siebel spiega anche la buona volontà con la quale i preti hanno adottato la celebrazione versus populum: "Il considerevole disorientamento e la solitudine dei preti hanno fatto sì che essi cercassero dei nuovi punti d´appoggio per il loro comportamento. Fra questi vi è il sostegno emotivo che procura al prete la comunità riunita intorno a lui. Ma ecco che nasce immediatamente una nuova dipendenza: quella dell´attore di fronte al suo pubblico". Anche K. G. Rey, nel suo libro Pubertätserscheinungen in der katholischen Kirche (Manifestazioni pubertarie nella Chiesa cattolica), dichiara: "Mentre fino a ieri il prete offriva il sacrificio in quanto intermediario anonimo, in quanto capo della comunità, rivolto a Dio e non al popolo, in nome di tutti e con tutti; mentre fino a ieri pronunciava delle preghiere... che gli erano state prescritte, oggi questo prete ci viene incontro in quanto uomo, con le sue parti-colarità umane, col suo stile di vita personale, il viso rivolto a noi. Per molti preti diviene for-te la tentazione di prostituire la propria persona, tentazione contro la quale non hanno la statura per lottare. Alcuni molto astutamente, ed altri con meno astuzia, volgono la situa-zione a proprio vantaggio. Le loro attitudini, la loro mimica, i loro gesti, tutto il loro compor-tamento attira gli sguardi che si fissano su di loro, per le loro ripetute osservazioni, le loro direttive, le parole d´accoglienza o d´addio... In tal modo, il successo dei loro suggerimenti costituisce, in cuor loro, la misura del loro potere e, quindi, la norma della loro sicurezza" (p. 25). A proposito dell´augurio espresso da Klauser, e che abbiamo riportato prima, "di veder più chiaramente espressa la comunione al tavolo eucaristico", grazie alla celebrazione versus populum, lo stesso Siebel, nel suo libro citato, dichiara: "L´augurata riunione dell´assemblea attorno al tavolo della Cena, non può certo contribuire al rafforzamento del-la coscienza comunitaria. In effetti, solo il prete sta vicino al tavolo, e per di più in piedi; gli altri partecipanti al pasto sono seduti più o meno lontani, nella sala del teatro". E aggiunge: "In genere, il tavolo è posto lontano dai fedeli, su un palco, così che non è possibile far rivi-vere gli intimi rapporti che esistevano nella sala in cui si svolse la Cena. Il prete che svolge il suo ruolo girato verso il popolo, difficilmente può evitare di dare l´impressione di rappre-sentare un personaggio che, pieno di gentilezza, viene a proporci qualcosa. Per limitare questa impressione si è provato a piazzare l´altare in mezzo all´assemblea; ed allora non si è più obbligati a guardare solo il prete, l´occhio può spaziare anche sugli assistenti che gli stanno a fianco; ma così facendo si fa sparire il distacco esistente fra la spazio sacro e l´assemblea: l´emozione un tempo suscitata dalla presenza di Dio nella chiesa, si muta in un pallido sentimento che a mala pena si distingue dalla ordinaria quotidianità". Ed allora, pos-siamo dire che il sacerdote posto dietro l´altare, con lo sguardo rivolto al popolo, diviene, dal punto di vista sociologico, sia un attore interamente dipendente dal suo pubblico, sia un venditore che ha qualcosa da proporre. Nel suo libro, che abbiamo già citato, Das Konzil der Buchhalter, Alfred Lorenzer richiama ancora altri punti di vista, in particolare d´ordine este-tico: "Non solo il microfono rivela ogni respiro, ogni rumore occasionale, ma la scena che si svolge assomiglia molto più alla presentazione televisiva di certe ricette di cucina, che alle forme liturgiche delle Chiese riformate. Mentre in queste ultime l´azione sacra è stata e-marginata - ridotta al massimo di semplicità e brevità - nella riforma liturgica cattolica essa conserva il suo posto principale: privata dei suoi ornamenti gestuali essa conserva minuzio-samente tutta la complessità del suo svolgimento, ed è ormai presentata agli occhi di tutti in una pseduo-trasparenza che confonde la percezione sensibile delle manipolazioni con la trasparenza del mito, manipolazioni che sono eseguite in maniera tale che ogni dettaglio di questo rituale alimentare finisce con l´essere esibito sempre con poca discrezione; si vede un uomo rompere con difficoltà un´ostia che resiste, si vede com´egli se la ficca in bocca, si diviene testimoni di abitudini masticatorie personali, non sempre molto belle, di modi con cui ingoiare del pane secco, di tecniche usate per far girare il calice da purificare e di sistemi più o meno abili per asciugarlo" (p. 192). Queste sono le conseguenze sociologiche della po-sizione del celebrante di fronte all´assemblea. Certo, le cose stanno diversamente al mo-mento della proclamazione della parola di Dio. Questa presuppone proprio il faccia a faccia tra il prete e il popolo, come è stato sempre scontato che il predicatore si volgesse verso i fedeli, al pari del diacono che cantava il Vangelo. Ma, come abbiamo ripetuto, è cosa diver-sa la celebrazione del vero e proprio sacrificio eucaristico: in questo caso la liturgia non si concretizza in una "offerta" ai fedeli, come nel caso della liturgia della Parola, si tratta bensì di un avvenimento sacro nel corso del quale il cielo e la terra si uniscono e il Dio della grazia si inclina verso di noi. Solo al momento della comunione, del pasto eucaristico vero e pro-prio, si ritorna al faccia a faccia tra il prete e i comunicandi. E questi cambiamenti di posizio-ne del celebrante nei confronti dell´altare hanno un preciso significato simbolico e sociolo-gico: quando il celebrante prega e sacrifica ha, al pari dei fedeli, gli occhi rivolti a Dio, men-tre quando proclama la parola di Dio e distribuisce l´eucaristia si volge verso il popolo. Come abbiamo visto, il volgersi verso l´Est è così antico che la Chiesa ha fatto di questa attitudine un uso che non può essere modificato. "Si cerca" costantemente "con gli occhi il luogo ove è posto il Signore" (J. Kunstmann) o, come dice Origène nel suo libro sulla preghiera (cap. 32), il volgersi ad Oriente è "un simbolo, quello dell´anima che guarda verso il sorgere della vera luce", nell´attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e Salvatore Gesù Cristo" (Tito 2, 13).

Dodicesima domanda: Perché, come si sostiene, il carattere sacrificale della messa sarebbe meno chiaramente espresso quando il prete è girato verso il popolo?

La domanda può essere ribaltata: dal momento che gli specialisti sanno molto bene che e-saltare "l´altare rivolto al popolo" non significa richiamarsi ad una pratica della Chiesa delle origini, perché non ne traggono le inevitabili conseguenze? Perché non sopprimono i "tavoli da pranzo" eretti con una sorprendente coralità nel mondo intero?Molto probabilmente perché questa nuova posizione dell´altare corrisponde, meglio dell´antica, alla nuova conce-zione della messa e dell´eucaristia. È molto chiaro che oggigiorno si vorrebbe evitare di dare l´impressione che la "tavola santa" (come viene chiamato l´altare in Oriente) sia un altare per il sacrificio. Senza dubbio è la stessa ragione per la quale, quasi dappertutto, si pone sull´altare un mazzo di fiori (uno solo), come sulla tavola da pranzo di una famiglia in un giorno di festa, insieme a due o tre ceri: questi quasi sempre a sinistra, il vaso dal lato oppo-sto. L´assenza di simmetria è voluta: non bisogna creare dei punti di riferimento centrali, come quando si mettevano i candelieri alla destra ed alla sinistra della croce che stava in mezzo; qui si tratta solo di una tavola da pranzo. Non ci si mette dietro l´altare del sacrificio, ci si mette davanti; già il sacrificatore pagano faceva così, il suo sguardo era diretto verso la raffigurazione della divinità a cui si offriva il sacrificio; anche nel Tempio di Gerusalemme si faceva così: il sacerdote incaricato di offrire la vittima stava davanti alla "tavola del Signore", come si chiamava il grande altare dell´olocausto nel cuore del Tempio (cfr. Malachia 1, 12), e questa "tavola del Signore" era collocata di fronte al tempio interno ov´era custodita l´Arca dell´Alleanza, il Santo dei Santi, il luogo in cui dimorava l´Altissimo (cfr. Salmi 16, 15). Un pranzo si consuma con il padre di famiglia che presiede, in seno alla cerchia famigliare; mentre invece, in tutte le religioni, esiste una apposita liturgia per il compimento del sacrifi-cio, liturgia che prevede che il sacrificio si compia all´interno o davanti ad un santuario (che può essere anche un albero sacro): il liturgo è separato dalla folla, sta davanti ai presenti, di fronte all´altare, rivolto alla divinità. In tutti i tempi, gli uomini che hanno offerto un sacrifi-cio si sono sempre rivolti verso colui al quale il sacrificio era diretto e non verso i parteci-panti alla cerimonia. Nel suo commento al libro dei Numeri (10, 27), Origène si fa interprete della concezione della Chiesa delle origini: "Colui che si pone dinanzi all´altare dimostra con ciò di svolgere le funzioni sacerdotali. Ora, la funzione del prete consiste nell´intercedere per i peccati del popolo". Ai giorni nostri, in cui il senso del peccato sparisce sempre più, la concezione espressa da Origéne sembra essersi largamente perduta. Lutero, lo si sa, ha ne-gato il carattere sacrificale della messa: egli non vi vedeva altro che la proclamazione della parola di Dio, seguita da una celebrazione della Cena; da qui la sua preoccupazione di vede-re il liturgo rivolto verso l´assemblea. Certi teologi cattolici moderni non negano diretta-mente il carattere sacrificale della messa, ma preferirebbero che questo passasse in secondo piano al fine di poter meglio sottolineare il carattere di pasto della celebrazione; questo, il più delle volte, a causa di considerazioni ecumeniche a favore dei protestanti, dimenticando però che per le Chiese orientali ortodosse il carattere sacrificale della divina liturgia è un fatto indiscutibile. Solo l´eliminazione della tavola da pranzo e il ritorno alla celebrazione all´"altar maggiore" potranno condurre ad un cambiamento nella concezione della messa e dell´eucaristia, e cioè alla messa intesa come atto d´adorazione e di venerazione di Dio, co-me atto d´azione di grazia per i suoi benefici, per la nostra salvezza e la nostra vocazione al regno celeste, e come rappresentazione mistica del sacrificio della croce del Signore. Que-sto, tuttavia, non esclude, come abbiamo visto, che la liturgia della Parola sia celebrata non all´altare, ma dal seggio o dall´ambone, com´era un tempo durante la messa episcopale. Ma le preghiere devono essere tutte recitate in direzione dell´Oriente, e cioè in direzione dell´immagine di Cristo nell´àbside e della croce sull´altare. Visto che durante il nostro pelle-grinaggio terreno non ci è possibile contemplare tutta la grandezza del mistero celebrato, e ancor meno lo stesso Cristo, né l´"assemblea celeste", non basta parlare ininterrottamente di ciò che il sacrificio della messa ha di sublime, bisogna invece fare di tutto per mettere in evidenza, agli occhi degli uomini, la grandezza di questo sacrificio, per mezzo della stessa celebrazione e della sistemazione artistica della casa del Signore, in particolar modo dell´altare. Allo svolgimento della liturgia e alle immagini, si può applicare ciò che dice dei "veli sacri" lo Pseudo Dionigi l´Areopagita, nella sua opera Sui nomi divini (1, 4): questi veli "che [ancora adesso] nascondono lo spirituale nell´universo sensibile, e il sovra terreno nel terreno, che conferiscono forma e immagine a ciò che non ha né forma né immagine... Ma il giorno verrà che, essendo divenuti incorruttibili e immortali e avendo raggiunto la pace be-ata accanto a Cristo, saremo, come dice la Scrittura, presso il Signore (cfr. I Tessalonicesi 4, 17) tutti pieni di contemplazione per la sua apparizione visibile". @ missagregoriana.it

Tratto da Klaus Gamber, "Tournés vers le Seigneur!", Editions Sainte-Madeleine, Le Barroux, France, pp. 19-55.

NOTE:

(9) - Cfr. K. Gamber, Das Patriarchat Aquileja und die bairische Kirche (Il Patriarcato di Aquileia e la Chiesa bavarese), pp. 22-55

(10) - II, 57, 2-58, 6 (Paderborn, 1906), ed. Funk.

(11) - Migne, PG 62, 29.

(12) - Rational, I, 3, n° 35.

(13) - Sull´argomento cfr. l´articolo di K. Gamber in Das Münster, 1985.

(14) - Das Konzil der Buchhalter (Il concilio dei contabili), p. 200.

(15) - Cfr. K. Gamber, Ecclesia Reginensis, pp. 49-66.

(16) - Cfr. Entretiens sur la foi, Fayard, 1975, p. 158.

(17) - Migne, PL, 34, 1277.

(18) - Cap. 57, 14, ed. Funk, p. 165.

(19) - Cap. 12, 2, ed. Funk, p. 494.

(20) - I, libro 4, cap. 5, ed. E. Tardieu et A. Cousin fils, p. 173.

(21) - Cfr. E. C. Conte Corti, Vie, mort et résurrection d´Herculanum et de Pompéi, fig. 29.

(22) - Ep. 32, 13 (Migne, PL 61, 337).

(23) - Cfr. K. Gamber, Liturgie und kirchenbau (Liturgia e costruzione delle chiese), pp. 16-18.

(24) - Migne, PG 62, 204.

(25) - Cfr. K. Gamber, Liturgie und kirchenbau (Liturgia e costruzione delle chiese), pp. 132-136.

(26) - Migne, PG 94, 1136.

(27) - Cfr. K. Gamber, Sancta sanctorum, pp. 31-34.


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LATINO LITURGICO

Memoria Ufficiale FIUV n. 7: Il latino come lingua della liturgia

Introduzione


Tra la tradizione liturgica occidentale e la lingua Latina c´è un legame molto stretto. La tra-duzione del testo normativo latino della liturgia romana in una serie di lingue vernacolari ef-fettuata dalla forma ordinaria per un uso opzionale è ben differente, per esempio, dall´adozione del copto o dello slavo ecclesiastico come lingue liturgiche delle chiese locali da parte delle chiese orientali. [1] Per l´esattezza, la lingua della liturgia nel rito latino rimane proprio il latino, persino nella forma ordinaria. [2]


L´intento di questo saggio è quello di rendere conto del valore del latino non solo nei testi normativi della liturgia, ma anche nella celebrazione vera e propria. Oggigiorno molti catto-lici ignorano ancora l´idea di una liturgia latina: è pertanto necessario riproporre gli argo-menti a favore di essa. La questione della sostituzione delle letture latine con traduzioni la-tine, permessa nella messa bassa (Missa lecta) dall´istruzione Universae Ecclesiae, [3] ri-chiede una trattazione a parte. La questione fondamentale che viene qui affrontata è pro-prio quella di un linguaggio liturgico non vernacolare, il latino.


Sembra che la liturgia in latino dell´occidente sia stata formulata, più che tradotta da un´altra lingua, in un´epoca molto precoce, anche se sconosciuta. [4] L´uso del latino come lingua sacra, accanto al greco e all´ebraico, è tradizionalmente ricollegato al suo uso sul tito-lo della Croce. [5] Come è stato fatto presente nel numero cinque delle nostre memorie sto-riche, [6] la liturgia romana ha sempre fatto uso di un latino cristiano che si distanziava tan-to da quello dei grandi scrittori della classicità pagana come da quello colloquiale, parlato dal popolo - che oltretutto si divideva in numerose varianti locali nelle diverse regioni dell´impero romano. Inoltre, non tutti gli abitanti dell´Impero Romano d´Occidente sapeva-no parlare bene in latino, specialmente se si trovavano in zone rurali, fuori dalle città. [7] Il latino ecclesiastico, in contrapposizione a quello locale, era universale, ma si differenziava dal linguaggio popolare, che godeva di una maggiore comprensibilità. Proprio utilizzando la liturgia in questo latino universale San Patrizio ha evangelizzato l´Irlanda - i cui abitanti non parlavano latino - Sant´Agostino di Canterbury gli Inglesi, e San Bonifacio i tedeschi.

Vantaggi pratici del latino


Riflettendo sull´uso tradizionale del latino, Sua Santità papa Giovanni XXIII citò papa Pio XI per riassumere i suoi vantaggi pratici:
"affinché la Chiesa possa abbracciare tutte le nazioni fino alla fine dei tempi, si rende neces-sario l´uso di un linguaggio universale, immutabile, non vernacolare". [8]
Se la Chiesa utilizzasse esclusivamente lingue correnti e locali, molta confusione sarebbe generata dalla grande estensione dei periodi di tempo e dei territori geografici che essa, u-nica tra tutte le istituzioni umane, ha il compito di raggiungere. Anche se il latino dell´amministrazione e della teologia si è andato modificando e arricchendo nel corso dei secoli, in genere i latinisti contemporanei sono in grado di interpretare gli scritti degli uomini di Chiesa di ogni epoca - a partire dalla fondazione della Chiesa stessa - e provenienti da tutte le parti del mondo. L´universalità del latino è altrettanto preziosa in contesto liturgico, dato che permette di condividere la stessa liturgia, o i riti e gli usi del rito latino ad essa col-legati, attraverso tutte le epoche e tutte le nazioni. La Forma Straordinaria, pertanto, non ha bisogno di traduzioni e rielaborazioni periodiche, e mette in enfasi l´unità della Chiesa adorante nel tempo e nello spazio.


Nel contesto particolare delle migrazioni di massa, che crea non pochi problemi con la lin-gua ufficiale della nazione d´adozione tanto per gli individui come per le comunità, la Forma Straordinaria gode dei vantaggi descritti dal Beato Giovanni XXIII:
"Per la sua stessa natura il latino è più adatto per promuovere ogni cultura presso diversi popoli, dato che non dà adito a gelosie, non favorisce alcun gruppo sopra un altro, ma si presenta con imparzialità ed equità, disponibile e favorevole per tutti". [9]
Esso costituisce in tal modo un baluardo naturale contro due pericoli, segnalato nell´Istruzione Varietates legitimae: la molteplicità di linguaggi nel culto, che può indurre

una comunità cristiana a richiudersi su se stessa, e l´uso dell´inculturazione per fini politici. [10]
Il Latino, la Cultura Cristiana e la Devozione

Papa Paolo VI è andato oltre tali considerazioni pratiche quando ha scritto, a proposito del latino:

All´interno della Chiesa latina, questa lingua rappresenta una fonte rigogliosa di civilizzazio-ne cristiana e un ricchissimo tesoro nascosto di devozione. [11]
Il latino è una "fonte di civilizzazione cristiana" perche è la lingua di quasi tutti i testi liturgici della Chiesa latina - dal Canone Romano fino ai testi del canto gregoriano e alle preghiere redatte nel corso dei secoli - e quella di opere teologiche e di altre manifestazioni culturali (per esempio composizioni musicali) che le hanno influenzate o sono state da esse influen-zate. Quindi la liturgia in latino ha un valore incommensurabile all´interno della cultura cri-stiana, poiché nessuna traduzione, per quanto eccellente, può mai sostituirla. [12]


È un "ricchissimo tesoro nascosto di devozione" per la ragione consequenziale che è in gran parte attraverso meditazioni scritturali e liturgiche sui testi latini e attraverso commenti anch´essi in latino su tali testi che la Chiesa latina ha sviluppato la sua vita spirituale nel corso dei secoli. [13] Di nuovo, una traduzione non lo può sostituire: basti pensare alle parole del salterio latino del Cantico dei Cantici a partire dalle quali Sant´Agostino d´Ippona, San Bernardo di Chiaravalle e molti altri hanno formulato i loro commentari che hanno un´importanza fondamentale nella teologia e nella spiritualità della Chiesa latina.

L´uso del Latino nella Liturgia


Rimane aperta la questione del valore della liturgia in latino per un fedele a cui tale lingua non sia stata insegnata. Il fatto che essa abbia effettivamente valore è implicato in maniera consistente dagli insegnamenti e dalla prassi della Chiesa. Sulla scorta dell´affermazione del Beato Papa Giovanni XXIII sul latino nella liturgia, [14] la Costituzione Conciliare sulla Sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, afferma semplicemente:
Una legge particolare che rimane in vigore è quella che stabilisce che la lingua latina debba essere preservata nei riti latini. [15]
Papa Benedetto XVI desidera che i seminaristi non solo comprendano il latino per i loro stu-di, ma che essi siano anche capaci di usarlo all´interno della liturgia quando vengano ordina-ti, facendo anche presente che le preghiere e i canti in latino possono essere insegnati agli stessi fedeli. [16]


Si dovrebbe osservare in primo luogo che - come insegna Papa Benedetto XVI - la frequen-tazione assidua della liturgia in latino dà al fedele familiarità con molti testi e gli consente cosi di comprenderli anche senza dover ricorrere qui e là a una traduzione. Anche una cate-chesi liturgica basica può mostrare al fedele le traduzioni di testi a lui familiari, per esempio il Gloria, e farlo riflettere su di essi. La familiarità con un repertorio sempre più ampio di testi liturgici conferirà al fedele la capacità di identificare parole e frasi latine isolate per avere un´idea dell´argomento del testo all´interno della liturgia e farà loro ricordare quanto essi potranno aver appreso.


La Sacrosanctum Concilium dà un´enfasi particolare all´importanza della formazione liturgi-ca. [17] La Forma Straordinaria beneficia di una ricca tradizione di messali ed altri strumenti che possano aiutare a seguire la liturgia apprendendo qualcosa di più su di essa. I commenti sull´anno liturgico della Chiesa stesi da Prosper Guéranger e Pius Parsch sono degli autentici monumenti della tradizione degni di studio in sé e per sé. [18]


È opportuno ricordare anche che il numero relativamente limitato di testi liturgici all´interno del messale del 1962 è un grande vantaggio per il fedele che segue la messa in latino. Il formato ridotto del lezionario, l´uso frequente di un numero limitato di comuni dei santi e di messe votive, la ripetizione della messa domenicale nei giorni feriali, il numero limitato di prefazi, e così via, rendono realmente possibile un´approfondita familiarità con il messale per i cattolici comuni


Inoltre, l´uso del latino può essere un aiuto diretto alla partecipazione alla liturgia. Il Beato Papa Giovanni Paolo II lo ha evidenziato parlando dell´esperienza del fedele che partecipa alla messa con l´antica liturgia tradizionale, nella sua lettera apostolica Dominicae Cenae (1980):
"Tuttavia, ci sono anche persone che, essendo state educate sulla base della vecchia liturgia in latino, sentono molto la mancanza di quella "lingua unica", che era espressione in tutto il mondo dell´unità della chiesa e trasmetteva mediante il suo carattere solenne un profondo senso del mistero eucaristico". [19]
La dignità e l´universalità del latino, espresse dal Beato Papa Giovanni XXIII, [20] sono real-mente componenti essenziali della "sacralità" della Forma Straordinaria menzionata da Pa-pa Benedetto XVI. [21] La necessità da parte della liturgia di utilizzare una lingua che sia al-meno in parte distinta dal resto degli altri idiomi comunemente parlati è stata spesso enfa-tizzata negli ultimi decenni. [22]


Si tratta di un concetto preso in considerazione dalla nostra terza memoria storica. [23] La Forma Straordinaria possiede molti elementi che sembrano costituire delle barriere alla comprensione, come per esempio la complessità rituale, la segretezza di alcune formule, il fatto che alcuni testi sono letti in silenzio, e soprattutto proprio l´uso della lingua latina. [24] In realtà, queste non sono affatto barriere alla partecipazione, se osserviamo quest´ultima sotto la luce dell´impatto della liturgia sul fedele, allorquando crea "un profondo senso del mistero eucaristico". Sono tutte parti di un insieme che comunica efficacemente - tanto dal punto di vista verbale come da quello non verbale - il significato trascendente dell´azione liturgica. Di tutti gli aspetti dell´antica tradizione liturgica latina che contribuiscono a realiz-zare quest´effetto, l´uso del latino sembra essere il più evidente e il più importante.
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[1] Cfr. l´istruzione Varietates legitimae (1994) 36: "Il processo dell´inculturazione non pre-vede la creazione di nuove famiglie di riti; l´inculturazione risponde alla necessità di una cul-tura particolare e porta a degli adattamenti che rimangono comunque parte del Rito Roma-no". Il passaggio citato termina con una nota a piè di pagina con un riferimento al discorso all´assemblea plenaria della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, 26 gennaio 1991, n. 3: A.A.S. 83 (1991), 940 "né si vuole intendere per inculturazione la creazione di riti alternative".


[2] Cfr. Codice di Diritto Canonico 928: "La celebrazione eucaristica deve svolgersi in lingua latina o in un´altra lingua con la condizione che i testi liturgici siano stati legittimamente ap-provati". (Eucharistica celebratio peragatur lingua latina aut alia lingua, dummodo textus li-turgici legitime approbati fuerint)

[3] Universae Ecclesiae 26


[4] Sicuramente prima della fine del papato di Papa Damaso (366-384); cfr. Sant´Ambrogio, De Sacramentis 4.5.21ff.


[5] Giovanni 19, 19-20: "Pilato compose anche l´iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei». Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove fu crocifisso Gesù era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco".


[6] FIUV PP 5: "La Vulgata e gli antichi salteri latini".


[7] Afferma Sant´Agostino: "È una cosa eccellente che i cristiani punici chiamino il battesimo stesso nient´altro che salvezza, e il sacramento del corpo di Cristo nient´altro che vita". (Il castigo e il perdono dei peccati e il battesimo dei bambini, 1.24.34); cfr. Sant´agostino, Epi-stola 84 and 209.3, sulla necessità che il clero parlasse la lingua punica.


[8] Apostolica costituzione Veterum Sapientia 4, del Beato Papa Giovanni XXIII: "Etenim Ec-clesia, ut quae et nationes omnes complexu suo contineat, et usque ad consummationem saeculorum sit permansura..., sermonem suapte natura requirit universalem, immutabilem, non vulgarem". Citando la lettera apostolica di Pio XI Officiorum omnium (1922) 452. Cfr. L´enciclica Mediator Dei (1947) 60, di Papa Pio XII: "L´uso della lingua latina, abituale presso una parte considerevole della Chiesa, è un segno patente e bello di unità, nonché un antido-to efficace contro qualsiasi tentativo di corruzione della verità dottrinale". ("Latinae linguae usus, ut apud magnam Ecclesiae partem viget, perspicuum est venustumque unitatis si-gnum, ac remedium efficax adversus quaslibet germanae doctrinae corruptelas.")


[9] Veterum Sapientia 3: "Suae enim sponte naturae lingua Latina ad provehendum apud populos quoslibet omnem humanitatis cultum est peraccommodata: cum invidiam non commoveat, singulis gentibus se aequabilem praestet, nullius partibus faveat, omnibus po-stremo sit grata et amica."


[10] Istruzione Varietates legitimae (1994) 49. per il contesto di questa citazione, vedi Varie-tates legitimae 7: "Bisogna anche prendere in considerazione i problemi che può creare in alcune nazioni la coesistenza di numerose culture, specialmente a causa dell´immigrazione (vedi sotto, n. 49)". Riferendosi di nuovo a questo problema, l´istruzione continua (49): "In un certo numero di nazioni esistono varie culture che coesistono e che talvolta si influenza-no a vicenda in tal modo da causare gradualmente la formazione di una nuova cultura, mentre allo stesso tempo cercano di affermare la propria identità o persino di opporsi l´una all´altra allo scopo di imporre la propria esistenza. A volte i costumi possono costituire poco più che un interesse folklorico. La conferenza episcopale esaminerà con attenzione ogni sin-golo caso: si dovrebbero rispettare le ricchezze di ogni cultura e coloro che la difendono, ma non si dovrebbe ignorare o trascurare una cultura minoritaria con cui non si ha familiarità. È anche necessario ponderare il rischio che una comunità cristiana possa ripiegarsi su se stes-sa e anche l´uso dell´inculturazione per fini politici".


[11] Istruzione Sacrificium laudis (1968) di Papa Paolo VI:"´in Ecclesia Latina christiani cultus humani fons uberrimus et locupletissimus pietatis thesaurus".


[12] Questo punto è stato messo in risalto nel 1971 dalla petizione rivolta a Papa Paolo VI da intellettuali e personaggi della cultura inglesi e gallesi, che ha portato all´"Indulto ingle-se". Vi si leggeva: "Il rito in questione, nei suoi solenni testi latini, ha anche ispirato un´ingente quantità di opere d´arte eccellenti e di valore incommensurabile - e non ci rife-riamo soltanto ad opere mistiche, ma anche a quelle di poeti, filosofi, musicisti, architetti, pittori e scultori di tutte le nazioni e tutte le epoche. Pertanto, esso appartiene alla cultura universale e non solo agli uomini di Chiesa e ai cattolici praticanti".


[13] Ciò è vero anche per quanto riguarda il latino tradizionale della liturgia romana, com-presa la Vulgata e l´antico salterio latino: vedi la nostra memoria storica n. 5 sulla Vulgata.


[14] Beato Papa Giovanni XXIII, Veterum Sapientia 11, 2: "Nell´esercizio della loro cura pa-terna [i vescovi e i superiori generali] dovrebbero stare in guardia contro l´eventualità che persone sotto la loro giurisdizione, desiderose di cambiamenti rivoluzionari, possano scrive-re contro l´uso del latino nell´insegnamento degli studi sacri più avanzati e nella liturgia, op-pure possano irridere o interpretare falsamente - mossi da pregiudizio - il desiderio della Santa Sede in questo contesto". ("Paterna iidem sollicitudine caveant, ne qui e sua dicione, novarum rerum studiosi, contra linguam Latinam sive in altioribus sacris disciplinis tradendis sive in sacris habendis ritibus usurpandam scribant, neve praeiudicata opinione Apostolicae Sedis voluntatem hac in re extenuent vel perperam interpretentur.")


[15] Costituzione sulla sacra liturgia Sacrosanctum Concilium 36, 1: ´Linguae latinae usus, salvo particulari iure, in Ritibus latinis servetur.´ Cfr. 101. 1: "In conformità con la tradizione plurisecolare del rito latino, la lingua latina deve essere mantenuta da coloro che ufficiano il divino sacrificio. Tuttavia in alcuni singoli casi il rito ordinario permette l´uso di una tradizio-ne vernacolare a quegli uomini di Chiesa per i quali l´uso del latino costituisce un grave o-stacolo alla corretta celebrazione dell´ufficio". (´Iuxta saecularem traditionem ritus latini, in Officio divino lingua latina clericis servanda est, ... singulis pro casibus, iis clericis, quibus u-sus linguae latinae grave impedimentum est quominus Officium debite persolvant.´)


[16] Esortazione apostolica post-sinodale Sacramentum Caritatis (2007) 62: "Richiedo che i futuri sacerdoti, a partire dalla loro formazione nei seminari, ricevano la preparazione ne-cessaria per capire e celebrare la Messa in latino, ed anche per utilizzare i testi latini e il can-to gregoriano; non dovremmo poi dimenticare che si può insegnare ai fedeli la recitazione delle preghiere più comuni in latino e il canto di alcune parti del gregoriano". (´In universum petimus ut futuri sacerdotes, inde a Seminarii tempore, ad Sanctam Missam Latine intelle-gendam et celebrandam nec non ad Latinos textus usurpandos et cantum Gregorianum a-dhibendum instituantur; neque neglegatur copia ipsis fidelibus facienda ut notiores in lingua Latina preces ac pariter quarundam liturgiae partium in cantu Gregoriano cantus co-gnoscant.´) Cfr. Codice di Diritto Canonico 249: "Nella Ratio di formazione sacerdotale si stabilisca che gli alunni conoscano accuratamente non solo la lingua del proprio paese, ma abbiano anche una buona conoscenza della lingua latina". (´Institutionis sacerdotalis Ratio-ne provideatur ut alumni non tantum accurate linguam patriam edoceantur, sed etiam lin-guam latinam bene calleant´) Cfr. anche il decreto sulla formazione sacerdotale del Concilio Vaticano Secondo, Optatam totius 13: a proposito dei seminaristi, "E inoltre devono acquisi-re una conoscenza del latino che consenta loro di capire e fare uso delle fonti di tante scien-ze e dei documenti della Chiesa. Lo studio del linguaggio liturgico proprio di ogni rito do-vrebbe essere considerato necessario, un´utile conoscenza delle lingue della Bibbia e della Tradizione dovrebbe essere fortemente incoraggiata".

[17] Sacrosanctum Concilium 41-46.


[18] Prosper Guéranger, L´Année Liturgique, pubblicato in quindici volumi tra il 1841 e il 1844 (tradotto in inglese col titolo The Liturgical Year nel 1949); Pius Parsch, Das Jahr des Heiles, pubblicato in tre volumi nel 1923 (tradotto in inglese col titolo The Church´s Year of Grace nel 1953); entrambe le opere sono state e sono ampiamente diffuse. Una versione parziale del testo de L´Année Liturgique è disponibile in francese http://www.abbaye-saint-benoit.ch/gueranger/anneliturgique/index.htm e in inglese http://www.liturgialatina.org/lityear/


[19] Lettera apostolica Dominicae Cenae (1980) 10 del Beato Papa Giovanni Paolo II: "Non tamen desunt qui, secundum veteris liturgiae Latinae rationem acriter instituti, defectum huius "unius sermonis" percipiunt, qui in universo orbe terrarum unitatem Ecclesiae signifi-cat et indole sua dignitatis plena altum sensum Mysterii eucharistici excitavit."


[20] Il Beato Papa Giovanni XXIII, citando di nuovo Pio XI, parla della sua "natura concisa, ricca, variegata, maestosa e solenne" ("Neque hoc neglegatur oportet, in sermone latino nobilem inesse conformationem et proprietatem; liquide loquendi genus pressum, locuples, numerosum, maiestatis plenum et dignitatis habet, quod unice et perspicuitati conducit et gravitati".) Veterum Sapientia 3, citazione dall´epistola apostolica di Pio XI Off?ciorum omnium, 1 Agosto 1922: A.A.S. 14 (1922), 452-453.


[21] Lettera di Papa Benedetto XVI ai vescovi accompagnante il Motu Proprio Summorum Pontificum (2007).


[22] Istruzione Varietates legitimae (1994) 39: La lingua della liturgia "deve sempre espri-mere, insieme alle verità della fede, la grandezza e la santità dei misteri celebrati". L´istruzione Liturgiam authenticam (2001) 27 incita alla formazione di "uno stile sacro che verrà riconosciuto come proprio della lingua liturgica".

[23] FIUV PP 3: Liturgical Piety and Participation, in particolare 8-10.


[24] L´obiezione sollevata al Sinodo di Pistoia secondo la quale questi elementi costituireb-bero delle barriere contro la partecipazione è stata condannata da Papa Pio VI in Auctorem Fidei (1794) 33: "Nella sua proposizione, il sinodo si mostra desideroso di eliminare le cause della dimenticanza dei principi relativi all´ordine della liturgia ´conferendo ai suoi riti una maggiore semplicità, celebrandola nella lingua vernacolare, pronunciandola ad alta voce´; come se il presente ordine della liturgia, ricevuto ed approvato dalla Chiesa, emanasse in al-cune sue parti dalla dimenticanza dei principi secondo i quali dovrebbe essere regolato. Tut-to ciò è avventato e risulta offensivo a orecchie pie, insultante per la Chiesa, favorevole agli attacchi degli eretici contro di essa.


[Traduzione di Chiesa e post-concilio]
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Nota di Chiesa e post-concilio
Prima della Liturgiam authenticam erano state emanate altre quattro Istruzioni:

Inter Oecumenici (26 settembre 1964), sui principi generali per l´ordinata applicazione del rinnovamento liturgico;
Tres abhinc annos (4 maggio 1967), stabiliva ulteriori adattamenti all´Ordine della Messa;
Liturgicae instaurationes (5 settembre 1970), direttive sul ruolo centrale del Vescovo nel rinnovamento della liturgia in tutta la diocesi;
Varietates legitimae (25 gennaio 1994), sulle difficoltà in ordine a Liturgia romana e incultu-razione.
L´Istruzione Liturgiam authenticam sostituisce tutte le norme pubblicate in precedenza sulle traduzioni liturgiche, tranne quelle della Varietates legitimae, e precisa che le due Istruzioni vanno lette complementariamente.
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